
“Populista di centro”, “il nuovo Craxi”, “uomo di destra”, senza dimenticare la classica “rottamatore”. Da quando Matteo Renzi è entrato nell’agone politico ha collezionato una serie di etichette attribuitegli da colleghi di partito, oppositori politici, giornalisti e analisti. Quando un nuovo elemento irrompe nello scenario si sente il bisogno di riconoscerlo, dargli un nome e associarlo a determinate caratteristiche che lo caratterizzino come simile a Noi o all’Altro.
Che Renzi sia uno show-man è vero senza ombra di dubbio. Grazie alla prima convention organizzata con Pippo Civati e soprattutto alla recente iniziativa alla Leopolda, il sindaco di Firenze si è rivelato essere in grado di creare eventi innovativi, manifestazioni che per la loro singolarità assumono maggiore visibilità agli occhi dei media.
Il botta e risposta con il segretario Bersani lungo l’asse toscano-partenopeo ha avuto il merito di mettere in luce l’inaugurazione della scuola di formazione dedicata ai giovani quadri del Sud Italia, definita appunto “Finalmente Sud”. Una giornata che, se non ci fosse stato di mezzo Renzi, sarebbe passata inosservata ai mezzi di comunicazione, se non a quelli di carattere regionale. Il leader democratico ha tenuto a sottolineare che l’impegno preso con i ragazzi presenti a Napoli era stato organizzato da tempo e che soprattutto sarebbe durato a lungo. Una considerazione, quest’ultima, che ovviamente va contro il principio dell’immediatezza giornalistica. Il Big Bang fiorentino era un evento e in quanto tale meritava ampia copertura. La scuola bersaniana, invece, correva il rischio di occupare poche righe sui quotidiani o pochissimi secondi ai telegiornali.
Il coverage mediale garantito dall’incontro organizzato dal primo cittadino di Firenze si è esplicato non solo negli articoli e nei servizi che ovviamente hanno trattato la questione, ma anche dalle dirette streaming con cui giornali online quali Repubblica.it, Corriere.it e laStampa.it hanno dato la possibilità ai loro lettori di seguire da casa. A ciò si aggiunga l’uso ben evidenziato che Renzi fa dei social media: dal canale su YouTube, ad un sito creato appositamente per l’occasione, dai messaggi scambiati e condivisi con gli utenti di Facebook, ai “cinguettii” postati su Twitter, per concludere infine con la proposta del WikiPD, di una socialità digitale che pervada il partito analogico. È possibile che questo utilizzo ostentato delle nuove piattaforme di condivisione dei contenuti informativi rientri nell’immagine che artatamente il sindaco voglia dare di sé e di riflesso non voglia dare al partito di cui, pur facendone parte, accusa di essere “vecchio”.
Vecchio in realtà non è il partito in sé, ma molto più probabilmente il modo di fare politica della leadership che attualmente lo sta guidando. Un segretario che proprio a Napoli si è macchiato del peccato di affermare «il mestiere della politica non è il mestiere della comunicazione. Non bisogna essere subalterni» [1], lasciando intendere di non aver compreso quanto, soprattutto nell’epoca del Mediaevo (Morcellini 2005), sia così stretto il rapporto bidirezionale tra comunicazione e politica.
Un rapporto che non è certo di subalternità, e questo è un aspetto che Renzi sembra aver colto con maggiore raffinatezza comunicativa. Al fianco di una tale attenzione mediatica e di immagine, il sindaco fiorentino sembra aver messo al centro della sua azione politica l’espressione di contenuti programmatici, ha coinvolto tutti coloro che lo hanno raggiunto alla Leopolda, intesa come stazione e come luogo informatico, in una piattaforma di idee che il partito farebbe bene a tenere in considerazione. Proposte che hanno il pregio di rappresentare una sorta di “espressione popolare”, in un periodo in cui la politica ha la necessità di abbandonare il Palazzo e tornare ad ascoltare le esigenze delle persone comuni.
Un atteggiamento, quello di dar voce al popolo, e in particolare al “popolo della Rete”, che ha subito fatto scattare l’accusa di populismo. Il continuo abuso di questo termine porta ogni volta a chiedersi di cosa effettivamente si stia parlando. «Tutto può diventare populista, tanto questa etichetta è vaga, facilmente applicabile a ogni leader o partito di protesta» (Mény, Surel 2004, p. 7). Che Renzi si sia fatto portavoce di un dissenso interno al suo PD, così come che ringrazi più il popolo fiorentino che il suo partito per essere stato eletto sindaco è evidente. Tuttavia il fenomeno del populismo, inteso come riferimento ad un popolo contrapposto ad un’èlite politica, sembra andargli stretto: il primo cittadino, infatti, sembra porsi a metà strada tra il tradizionale partitismo repubblicano e il movimentismo post-ideologico degli ultimi anni. Critica il Partito Democratico per scuoterlo e dargli nuova linfa vitale, di certo non per distruggerlo, perché riconosce ancora la funzione fondamentale di un’organizzazione capace di rappresentare determinati interessi. Renzi, insomma, si riconosce ancora nel PD, non di certo in un movimento senza bandiera. Allo stesso tempo è consapevole del fatto che per vincere la sfida che l’attuale contesto politico italiano pone alla sinistra c’è bisogno di un rinnovamento nel partito che parta anzitutto dalla comunicazione verso i militanti e soprattutto gli elettori.
Più che populista, il sindaco fiorentino è un bravo comunicatore. E bisogna riconoscergli che oltre a saper “come” comunicare, ha il merito di porre a se stesso e al suo partito la questione del “cosa” comunicare. Probabilmente è proprio ciò di cui hanno bisogno gli italiani per proiettarsi in una nuova era politica, una sorta di “politica 3.0”, che si pone, in una sequenza storica, successivamente alle precedenti versioni del regime democratico italiano, cioè quella repubblicana e quella berlusconiana, ed è caratterizzata da un nuovo rapporto con i mezzi di comunicazione, alla luce di una nuova epoca che può essere definita “Social Evo”.
La sfida che si pone a Renzi e alla sinistra è oggi più che mai anche culturale. Troppo spesso, infatti, gli appartenenti a quello schieramento tendono ad associare la comunicazione con l'uomo delle televisioni, attuale leader del centrodestra. Tuttavia il possesso di capacità comunicative, in una società caratterizzata dalla personalizzazione e dalla mediatizzazione della vita politica, deve essere una ricchezza in dote a ciascun politico, al di là del campo in cui milita e ai valori che lo guidano.
di Luca Mattei