
Nel campo degli studi sulla comunicazione politica, da diversi anni è riconosciuta la diffusione e la felice applicazione del sistema metaforico medico al linguaggio politico (Rigotti, 1992).
Un caso di studio di grande interesse nel panorama italiano è, ancora una volta, Silvio Berlusconi. Il Cavaliere ha consolidato, campagna dopo campagna, la sua capacità di (im)porsi nell’immaginario collettivo quale medico di sempre maggior esperienza, in grado, lui solo, di proporre la ricetta giusta per il benessere del paese.
La validità di questa strategia trova conforto nello studio della comunicazione dei candidati alle Politiche del 2008 (Prospero e Tani, Giansante, Rega e Ruggiero, La Mura in Mediamonitor 2010). Di contro alla “leggerezza” veltroniana, che si traduceva anche a livello linguistico nella volontà di non appesantire le proprie dichiarazioni di elementi forti di contrapposizione con il “principale esponente della coalizione avversaria”, la tattica berlusconiana mescolava sapientemente elementi riconducibili alla dimensione bellica, combattiva della politica, e dichiarazioni in cui la nazione-persona appariva come un sofferente in attesa di cura, e il candidato del Pdl come il miglior specialista sulla piazza. “La cura deve essere rivolta a tutto l’apparato amministrativo e globale dello Stato, perché oggi questo Stato è troppo dispersivo e ci costa troppo, e questa cura, evidentemente, imporrà dei sacrifici, partendo dalla testa” (Porta a Porta, 5 marzo 2008).
Ma una delle dichiarazioni pronunciate sabato 20 marzo dal palco di Piazza San Giovanni che hanno fatto più scalpore ha un sapore diverso. Nel “promettere” addirittura la sconfitta del cancro in quanto patologia reale, Berlusconi letteralmente si pone fuor di metafora e conseguentemente fuori da quello che dovrebbe essere il suo campo d’azione come politico. Ponendo come obiettivo del suo operato di governo l’eliminazione di una patologia non virtuale – come invece è uno del “mali” contro i quali usualmente il Cavaliere si scaglia, il presunto strapotere della magistratura – Berlusconi implicitamente sceglie di occupare un piano diverso nella mitologia pubblica. Un ruolo che non è più politico in senso moderno, ma che rimanda direttamente alle strategie legittimatorie dei leggendari re taumaturghi. Anche loro, come il Berlusconi del 1994 o del 2001, alla guida del loro popolo in quanto “unti del Signore”.
di Christian Ruggiero