
«Voi siete pazzi!». Così si è sentito dire Massimo D'Alema da alcuni membri del Partito Democratico americano quando ha spiegato loro come funzionavano le primarie del Pd in Italia[1]. Evidentemente avrà pensato la stessa cosa qualche giorno fa al termine delle primarie del centrosinistra in Puglia conclusesi con la vittoria di Nichi Vendola.
Per l'ennesima volta le primarie italiane si sono dimostrate sui generis in questo caso perché la competizione non è stata tra due personalità, come prevede la dinamica plebiscitaria delle stesse, ma tra un leader dotato di forte carisma, Nichi Vendola, e un progetto di alleanza politica, quella con l'Udc, che ha fatto passare in secondo piano il profilo dello sfidante, Boccia, già sconfitto nelle primarie del 2005. La forza seduttiva del capo carismatico ha dunque prevalso sulla possibilità di un allargamento della coalizione. Vendola è stato molto abile nello sfruttare in maniera positiva due delle componenti fondamentali dell'immagine del leader: 1) il record, ossia ciò che ha fatto, in particolare nei cinque anni di governo pugliese, da cui deriva la fama ed il prestigio del leader; 2) il sembiante, ossia «ciò che il candidato è (sembra che sia)» e che è anche quella che si può creare artificialmente tramite i mass media[2]. Un combinazione perfetta che ha messo ko il suo avversario. Nella sua campagna elettorale ha fatto ampio uso delle nuove forme di comunicazione politica del Web 2.0, sia per raccogliere fondi, sia per divulgare messaggi, sia per riunire i suoi sostenitori. Buona parte della sua sua campagna, nata ancor prima che si decidesse di fare le primarie, si è svolta su internet anche se i suoi messaggi hanno avuto più peso perché ripresi dai media tradizionali. Tuttavia più che i mass media, a sancire la sua vittoria sono stati altri fattori riguardanti le divisioni del Pd e della sinistra in Puglia. Alcuni commentatori hanno spiegato la vittoria di Vendola con la sua capacità di essere una «storia», fatta di una narrazione e in grado di suscitare emozioni[3]. Una tesi in parte valida ma che ha il difetto di pensare che la strategia mediatica sia l'unica perseguibile rispetto ad una più politica in senso stretto. Non sempre però essa può rivelarsi vincente: anche Renato Soru, nelle scorse regionali in Sardegna, era una «storia» che però è servita assai poco contro l'anonimo e sconosciuto Cappellacci. Sovente si è fatto ricorso alla categoria del populismo per descrivere sia il modo col quale Vendola aveva reagito alla prospettiva di non essere ricandidato e sia allo stile della sua campagna per le primarie. «Io mi rivolgo direttamente ai pugliesi», era l'esordio di un suo video lanciato su Youtube, al quale sono seguiti altri messaggi nei quali la narrazione prevalente è stata quella di una persona sola, rappresentate riconosciuto dei pugliesi, che le élite di partito volevano spodestare per i loro giochi d'apparato. L'appello diretto al popolo, lo spirito antipartitico, la contrapposizione élite-popolo, sono tutti valori fondanti del neopopulismo europeo al proficuo rendimento dei quali, Vendola, evidentemente, non ha saputo resistere. L'esito delle primarie pugliesi ha messo ancor più l'accento sul declino del Pd e del ruolo dei partiti in generale. Pur essendo il partito più grande, il Pd è dovuto sottostare sia al veto dell'Udc (che con Vendola candidato non si sarebbe alleato) sia a quello di Vendola che minacciava di presentarsi con un propria lista personale qualora si fosse scelto un candidato alternativo. L'incapacità di porre in essere le proprie scelte politiche e il clima da congresso permanente (la componente del Pd che non si riconosceva in Bersani ha esplicitamente sostenuto Vendola contravvenendo alle indicazioni del proprio partito) mettono in evidenza le enormi difficoltà che il nuovo gruppo dirigente democratico si trova a dover affrontare. E le primarie si sono rivelate un ulteriore ostacolo, infatti più che ridare ossigeno al partito, ancora una volta hanno manifestano il loro potenziale di autodistruzione. Dice a proposito del caso americano Fareed Zakaria: «A causare la morte dei partiti politici americani sono state le elezioni primarie. I partiti esistono per competere nelle elezioni e una delle decisioni più importanti che un partito deve prendere riguarda proprio la scelta dei suoi candidati. Da quando questo processo è stato sottratto ai partiti e affidato agli elettori, i partiti sono diventati privi di sostanza. (…) Non è del tutto corretto, tuttavia, dire che questo ha causato la morte dei partiti americani; in realtà essi si sono suicidati»[4]. Sembra una feroce ed efficace analisi di quanto compiuto dal Pd fino ad oggi.