Bersani – Renzi, note sul "confronto finale"

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Il format si presenta meno ritmato del primo confronto su SkyT24 ma altrettanto rigido; i candidati hanno un tempo di risposta di 2 minuti, che scende a 30 secondi per le “domande brevi”, e 3 minuti per l’appello finale. La differenza tra i due è resa immediatamente dalla scelta dell’abbigliamento: consueta camicia bianca con le maniche arrotolate, cravatta tinta unita ma senza giacca Renzi – in linea con il suo stile giovanile e “americano” – completo marrone e cravatta a pois per il Segretario Bersani. Rispetto al precedente dibattito su Sky, la conduzione di Monica Maggioni risulta nel complesso di minore qualità: meno incisiva con le domande – ben 24, di cui almeno un paio sostanzialmente ripetute – e non esita nemmeno ad interrompere il dibattito a blocco ancora non concluso per mandare la pubblicità, impiegando paradossalmente più tempo a scusarsi dei 30 secondi ancora necessari per completare lo scambio.

La prima parte del dibattito è comunicativamente appannaggio di Renzi: parla di misure immediate per affrontare la crisi italiana (un piano da 20 miliardi di euro da subito, con 100 euro in più al mese per chi ha reddito inferiore ai mille euro mensili), la sua carica propositiva e provocatoria (“Lo Stato deve avere la forza di tagliare dove non ha mai tagliato”, ad es. aumentando le tasse sul gioco d’azzardo), si contrappone all’approccio realistico di Bersani, che sottolinea aspetti della crisi (dei consumi, delle imprese) di cui probabilmente gli spettatori sono coscienti, rischiando forse persino di indispettirli.

Il Segretario del Pd illustra i successi, o i tentativi, nelle precedenti legislature, del PD di promuovere ed attivarsi, mentre il Sindaco di Firenze lo incalza sollecitando una sorta di "mea culpa" d'apparato. Giunti al tema tasse, Renzi critica i poteri concessi ad Equitalia, e la battuta di Bersani “Equitalia non l’abbiam mica inventata noi” non sembra risolutiva rispetto al giudizio invocato su un soggetto estremamente “sensibile” nell’immagine del pubblico.

 

Nella seconda parte Bersani appare più brillante, Renzi meno convincente nella “guerra retorica”. Nella sua ultima replica, alle perplessità del sindaco di Firenze sulla coesione di una eventuale coalizione stile-Unione, il Segretario risponde prontamente accusando Renzi di "usare argomenti dell'avversario", e disinnesca la polemica potenzialmente esplosiva confutando i pilastri alla base della critica (ai tempi dell'Unione non esisteva il PD, la coalizione era di dodici partiti).

 

Renzi riguadagna quota su un tema ben più “popolare” come quello della riduzione dei costi della politica. Per difendere la sua posizione Bersani cita l'antica Grecia, in cui una sorta di finanziamento pubblico serviva a distinguere democrazia da tirannide, ribadendo la sua contrarietà a lasciare la politica in mano ai ricchi. La facile battuta del sindaco di Firenze (“Segretario, da Pericle a Fiorito ce ne vuole!”), il suo appello a rispettare il referendum contro il finanziamento ai partiti, e la sua posizione netta sul tema (“Non basta diminuire il finanziamento pubblico ai partiti, bisogna eliminarlo. Bisogna anche abolire i vitalizi, abolire il cumulo di quelli già esistenti e rendere pubblico - online - il bilancio dei partiti in maniera chiara e trasparente”) strappano gli ultimi, sentiti applausi.

 

Merita attenzione anche la “stoccata” che Renzi assesta al Segretario quando quest’ultimo cita, fra le persone a cui “chiedere scusa sul piano personale e politico”, l’anziano parroco contro cui da ragazzo aveva organizzato uno sciopero dei chierichetti: "tra il parroco e Papa Giovanni, se dovesse esserci un altro confronto chissà cosa direbbe". Molto più efficace (e vicino nel tempo) il ringraziamento con scuse di Matteo Renzi a suo fratello, che appena laureato in medicina ha scelto di lasciare volontariamente Firenze per non essere accusato di far carriera alle spalle del sindaco.

 

È invece Bersani ad aggiudicarsi l’appello finale, raccontando di una bambina, Lucrezia, figlia di un'infermiera dell'Istituto dermatologico dell’Immacolata di Roma in cui era andato in visita, che gli ha espresso i suoi desideri per Natale: “una bambola rossa e che mamma prenda lo stipendio”. Bersani cerca così di smarcarsi dall’immagine di politico d'elite, lontano dalla gente comune, che lo stesso Renzi usa per attaccarlo. Il tentativo di proporsi come politico di lungo corso ma vicino ai problemi reali dei cittadini, appare convincente, tanto più a confronto dell’elogio un po’ retorico alla libertà e alla democrazia da un lato, e al “giocarsi tutto” dall’altro, che caratterizza l’appello di Renzi.

 

Nel complesso, il sindaco di Firenze si accredita certamente come politico nazionale autorevole, ma perde l’ultima occasione di attaccare veramente Bersani a muso duro, dando l’impressione quasi di accontentarsi della “piazza d’onore”, e di consolidare la sua posizione di leder democratico emergente. Renzi infatti non usa mai esplicitamente il termine “rottamazione”, né cerca espressamente il voto di sinistra, né quello ecologista, ben radicato tra i sostenitori di Puppato e Vendola. In totale contrapposizione col segretario del suo stesso partito, è durissimo nel chiudere le porte ad altri ingressi ‘spuri’ all’attuale ‘modello base’ del Centrosinistra (PD-SEL-PSI), in particolare verso l’area moderata: no esplicito e ribadito due volte a Casini, peggio ancora verso Fini.

 

Bersani riesce invece in generale a recitare il suo cliché preferito e ad accreditarsi come il “padre saggio” della sinistra, magari poco entusiasmante dal punto di vista retorico, ma di cui ci si può sicuramente fidare. Ed è altrettanto abile del giovane sindaco a non calcare la mano, ad esporre i suoi concetti senza innervosirsi, anche a costo di accettare il rischio di pendere qualche round. Del resto in questo è aiutato proprio dall’atteggiamento del giovane sfidante, che pure cerca di presentarsi come un leader moderno e decisionista, calcando anche la mano su temi reali di immediato richiamo (anche se con modalità che a volta sfiorano il populismo): i costi della casta, il finanziamento pubblico dei partiti, l’aggressività di Equitalia verso le piccole irregolarità ma non con i grandi evasori. Allo stesso tempo, però, nei confronti dei suoi avversari politici Renzi alterna l’ironia alla spada: spietato con Casini e Fini, quando si tratta di esponenti del Pd è invece aggressivo solo con la vecchia guardia che accompagna il leader (citando però esplicitamente il solo ex tesoriere Ds Sposetti): non lo è mai con lo stesso Bersani, a cui dedica parole di stima. Ciò alla fine finisce per spianare la strada al ben più pacato segretario nazionale del partito, che già poteva contare su un risultato del primo turno e su sondaggi molto tranquillizzanti, e che può quindi permettersi di gestire il dibattito con tranquillità e relativa sicurezza, rivendicando anche l’indiscutibile merito di essersi battuto in prima persona per imporre il metodo delle primarie per la scelta del candidato premier.

 

di Valerio Fuscaldo, Marcello Mormino, Daniele Pitrelli, Alessandro Testa