
In un periodo in cui la topografia politica del paese è in preda a forti scosse (se si tratti di un vero e proprio terremoto lo sapremo alla ripresa delle attività) la lettera che Walter Veltroni affida al Corriere della Sera del 24 agosto rischia di rimanere ai margini del dibattito. Ma non è solo una questione legata alla formidabile capacità dell’area politica legata a Silvio Berlusconi di rendere narrazione avvincente anche una questione di spaccature interne: a ben guardare, la lettera ha un sapore di già visto, che può essere il segno di una coerenza politica e programmatica come di un’incapacità di rinnovare le proprie proposte dopo il sostanziale fallimento del 2008.
Il progetto era certo coraggioso, presentarsi alla guida di un soggetto unico del centrosinistra che raccogliesse consensi alla sua sinistra, nel nome del “voto utile”, e al centro, nel nome del nuovo riformismo e del patto sociale tra produttori e lavoratori. Ma si è infranto. Contro un elettorato di sinistra che ha scelto l’astensionismo alla perdita di connotazioni ideologiche. Contro una scarsa propensione dell’elettorato centrista a farsi sedurre da quello che il principale esponente dello schieramento avversario ricordava essere un post-comunista. Contro una narrazione della “tragedia Italia”, dei suoi eroi e dei suoi “cattivi”, portata avanti con maggiore efficacia comunicativa dal tre volte campione elettorale Silvio Berlusconi.
Queste e molte altre ragioni di una sconfitta, e di un particolare clima culturale e politico che l’ha connotata, sono state al centro delle ultime pubblicazioni dell’Osservatorio Mediamonitor Politica (Morcellini, Prospero, 2009; Prospero, Ruggiero, 2010; Morcellini, Fazzi, Iannelli, 2010), e la lettura di “Scrivo al mio Paese e vi dico cosa farei” comporta un notevole effetto di déjà vu rispetto ai capitoli dedicati alla “bella campagna” veltroniana.
La rivendicazione della coerenza che ha portato l’ex segretario del Pd a lasciare la sua carica alcuni mesi dopo il fallimento del suo progetto riformista gli fornisce la giustificazione ideologica per chiedere la medesima coerenza a una maggioranza che sembra sul punto di sfaldarsi, dopo aver scommesso tradizionalmente sulla governabilità derivante dalla solidità coalizionale. E la crisi del Pdl è dipinta con una metafora eccezionale, che accosta il progressivo allontanamento da Berlusconi dei suoi alleati storici al lento stillicidio dei Dieci piccoli indiani di Agatha Christie.
Ma due elementi che in passato abbiamo giudicato come nodi critici della comunicazione veltroniana tornano prepotentemente sulla scena.
Il primo elemento è l’aleatorietà della ricetta per “salvare il paese”. Ancora una volta, il ritratto della profonda crisi di sistema è pregnante, quello “da cui l’Italia deve uscire” è descritto con cura, ma non altrettanto chiaramente emerge come uscirne. Veltroni invoca in primo luogo la lotta alla criminalità organizzata, ne descrive il costo sociale e chiama Roberto Saviano a testimone della necessità di sgominare quella “spaventosa realtà che altera il mercato, distorce la concorrenza, limita la libertà delle persone”. Ma subito dopo prende a concentrarsi su un argomento che sembra eccitare molto di più la sua immaginazione politica, la necessità di un bipolarismo sano, lontano dagli eccessi del berlusconismo e dalle alleanze fatte non in base ad accordi programmatici ma al mantra del “Mi alleo anche con il diavolo pur di…”. Un’altra soluzione retorica di grande impatto, scelta però per ritornare su un “pensiero lungo” che non ha pagato come strumento di conquista del consenso, liquidato come incapacità di giocare secondo le regole vigenti del gioco e certamente lontano dal quotidiano degli elettori.
Il secondo elemento è contenuto sin nell’incipit: “Scrivo agli italiani che tornano a casa, a quelli che non si sono mossi perché lavoravano o perché non possono lavorare. Scrivo agli imprenditori che fanno e rifanno i conti della loro azienda chiedendosi perché metà del loro lavoro di un anno debba andare a finanziare uno Stato che non riesce a finire da sempre la costruzione di un'autostrada come la Salerno-Reggio Calabria o che alimenta autentici colossi del malaffare come quelli emersi in questi mesi”. La descrizione sineddotica del paese è drammaticamente efficace, oltre che evocativa ed affascinante. Con una sbavatura, nella “metrica” e nella sostanza, nell’investimento forte e particolarmente circostanziato a quello stesso interlocutore che due anni fa ha dimostrato di non essere per lui un interlocutore ideale, a quegli imprenditori che non l’hanno giudicato comparativamente affidabile nella difesa dei propri interessi. Interessi che invece sembrano essere sempre al centro della comunicazione politica berlusconiana (Prospero, 2010). Che l’ex candidato del Pd mette retoricamente prima del riferimento “ai lavoratori che sentono che si è aperto un tempo nuovo e difficile”, e “ai nuovi poveri italiani, i ragazzi precari”.
Se il “reintegro” di un “padre nobile” della sinistra come Parri e di uno del centrosinistra come Prodi sono il segnale di una riarticolazione della strategia di neutralizzazione ideologica che contribuì a rendere inefficace la comunicazione veltroniana nel 2008, la malcelata speranza di poter aprire un dialogo con un soggetto sociale finalmente orfano del suo “naturale” punto di riferimento sembra rappresentare una cattiva scelta del “bersaglio” a cui mirare. Se la politica di destra e quella di sinistra ancora si possono leggere sulla base della dicotomia ideali-interessi, mancando ancora una volta di valorizzare i primi e corteggiando inutilmente i secondi, la lettera di Veltroni rischia di tornare al mittente.